La nascita dell’Ente Maremma

L’Ente Maremma fu istituito con il D.P.R. n. 66 del 7 febbraio 1951. Fino al 9 agosto 1954 comprese anche la zona del Fucino, tanto che la sua denominazione ufficiale era Ente per la Colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Territorio del Fucino, con sede in via Tarvisio 2 a Roma.
Alla presidenza si succedettero l’on. Giuseppe Medici (1951-53), Mario Bandini (1953-59) e Tommaso Morlino (1959-68). Diressero l’Ente Euclide Giuliani (1951-58) e Aldo Donati (1958-72), quest’ultimo già Direttore del Centro di Colonizzazione di Orbetello dal 1951 al 1958.
L’esproprio: criteri e ostacoli
La legge stabiliva che fossero soggetti a esproprio i terreni agricoli privati che alla data del 15 novembre 1949 superavano i 300 ettari di estensione. Restavano esclusi i terreni a coltura intensiva già condotti da aziende efficienti o da cooperative ben attrezzate, quando ricorressero contemporaneamente tre condizioni: una produzione unitaria superiore del 40% alla media di zona nel quinquennio precedente; condizioni di vita economica e sociale dei contadini superiori alla media locale; un’azienda ben appoderata, con case coloniche rispondenti alle normali esigenze igienico-abitative.
Nella Maremma grossetana queste condizioni erano soddisfatte solo da pochissime aziende, concentrate in aree molto ristrette. Eppure oltre il 54% della popolazione attiva era campagnola, i mezzadri erano relativamente pochi e la massa enorme dei braccianti lavorava a giornata, passando da un padrone all’altro come zappaterra, scavafossi, tagliaboschi, frattaroli, mietitori, bovari, pecorai o garzoni di stalla. Lungo la fascia costiera e nelle prime propaggini collinari dominava da secoli un latifondo arretrato, che lasciava incolte grandi estensioni alternando, secondo il vecchio sistema, la semina a grano al riposo a pascolo. La desolazione del paesaggio si misurava anche nello spopolamento: a stento si trovava un casale colonico ogni due o tre chilometri, senza strade decenti e senza acqua potabile.
Nel dicembre del 1951, dopo un anno di ricerche catastali, l’Ente pubblicò gli elenchi delle ditte da espropriare, scatenando una raffica di ricorsi e di richieste di riconoscimento come “azienda modello” o di concessione del cosiddetto terzo residuo. I proprietari interessati cercarono in ogni modo di dimostrare la modernità e l’utilità economica delle loro aziende: richiamarono braccianti al lavoro, ripulirono vecchi cascinali abbandonati, seminarono campi trascurati da anni. Nacquero anche cooperative di comodo, e — episodio singolare — proprietari terrieri e politici di sinistra si trovarono per una volta d’accordo nel sostenere, davanti a mezzadri, affittuari e braccianti, che la legge fosse un imbroglio e che nessuno sarebbe mai diventato proprietario di nulla.
Nonostante intoppi burocratici e proteste di piazza, l’espropriazione proseguì. Il 23 dicembre 1951 l’on. Amintore Fanfani, ministro dell’Agricoltura e Foreste, tra i fischi dei campagnoli di Rispescia, consegnò 350 ettari di terra ai primi assegnatari di Castiglione della Pescaia.
Nel complesso l’Ente Maremma Tosco-Laziale espropriò circa 600 ditte proprietarie per una superficie di 178.871 ettari, sulla quale furono costituiti 7.513 poderi (4.669 in Toscana e 2.844 nel Lazio) e 11.506 quote agricole.
Il Borgo di Carige e i centri dell’appoderamento capalbiese
Il centro principale dell’appoderamento nel territorio di Capalbio fu il Borgo di Servizio di Carige Bassa, poi conosciuto semplicemente come Borgo Carige. Come regola generale, l’Ente costruiva la casa colonica all’interno del podere, al margine della strada di accesso. Fecero eccezione i Centri A, B, C, D, E, F, H, I, L, M dell’area a sud dell’Aurelia, tra Chiarone e dintorni, dove in alcune zone le case furono riunite in blocchi bi-familiari o tri-familiari.

Incomincia l’attività dei nuovi imprenditori e subito accanto alle linde casette sorgono i pagliai, gli orti e ciò che la fantasia ispira
Il progetto dei Centri a Sud dell’Aurelia
Per conservare ai coloni provenienti dal Fucino un’unità residenziale anche in mezzo ai terreni loro assegnati, la Direzione Centrale dell’Ente affidò l’incarico all’architetto Carlo Boccianti, che ideò i celebri Centri bifamiliari, trifamiliari, quadrifamiliari: una sorta di condominio rurale che non piacque quasi a nessuno, tanto meno a chi vi doveva abitare. La motivazione era comunque valida: non far pesare l’isolamento della campagna a chi era sempre vissuto in un piccolo paese.

Il progetto del Boccianti ha carattere modulare e si allunga secondo il numero delle famiglie
Chi aveva diritto all’assegnazione
L’articolo 16 della Legge 12 maggio 1950 n. 230 stabiliva che le terre espropriate potessero essere assegnate solo ai «coltivatori manuali della terra i quali non siano proprietari o enfiteuti di fondi rustici, o tali siano in misura insufficiente all’impiego della manodopera della famiglia», intendendo per lavoratore manuale della terra «ogni persona che dedica abitualmente la propria attività alla lavorazione della terra». Il senso della norma era chiaro: la terra espropriata doveva andare ai contadini, non a chi esercitava in tutto o in parte altri mestieri e avrebbe beneficiato in modo improprio di una riforma pensata per trasformare mezzadri, affittuari e braccianti agricoli in piccoli proprietari. Si richiedeva inoltre che il nucleo familiare del richiedente contasse almeno quattro persone — in genere padre, madre e figli — subito impiegabili come forza lavoro sul podere.

I criteri di selezione
L’ordine di priorità nell’assegnazione seguiva questo schema:
- in primo luogo i mezzadri e gli affittuari autonomi, anche non residenti nel Comune, che lavoravano terreni non soggetti a esproprio;
- poi i campagnoli già proprietari di alcuni terreni, ma giudicati insufficienti al mantenimento della famiglia;
- infine, quando la superficie espropriata in un Comune superava di molto i bisogni dei coltivatori locali, tutti gli altri lavoratori della terra esclusi dall’assegnazione nelle zone dell’Ente Maremma-Fucino.
Nei limiti del possibile, ai mezzadri e agli affittuari con contratto migliorativo veniva assegnata la stessa terra su cui la loro famiglia già viveva o lavorava, o comunque la più vicina. Quando — come spesso accadeva nella vecchia Maremma — la famiglia mezzadrile comprendeva più nuclei di fratelli o sorelle già sposati, questi avevano diritto a poderi individuali confinanti tra loro, in modo da poter continuare, se lo desideravano, la collaborazione operativa.

Il calcolo della forza lavoro familiare
La classe del podere da assegnare dipendeva unicamente dalla forza lavoro espressa dalla famiglia contadina, calcolata in Unità Lavorative (U.L.) secondo questa nomenclatura:
| Categoria | Valore in U.L. |
| Uomo da 21 a 60 anni | 1,00 |
| Donna da 21 a 55 anni | 0,60 |
| Giovane (maschio o femmina) da 14 a 20 anni | 0,50 |
| Uomo oltre i 61 anni o donna oltre i 56 anni | 0,50 |
In base al totale di U.L. familiari si determinava la classe del podere:
| Unità Lavorative familiari | Classe assegnata |
| Oltre 5 U.L. | Podere di classe C (il più esteso) |
| Tra 5 e 3,1 U.L. | Podere di classe A |
| Tra 3 e 2,6 U.L. | Podere di classe B |
| Sotto 2,6 U.L. | Solo quota agraria |
Si trattava di regole precise e in teoria eque, uguali per tutti gli appartenenti alla stessa categoria. Restava però decisivo il riscontro caso per caso: la veridicità delle dichiarazioni di essere da tempo lavoratori della terra era affidata al parere insindacabile dell’Ispettorato Agrario Provinciale.
La costruzione delle case coloniche
L’Ente, dopo aver suddiviso il territorio espropriato in poderi e quote, procedette a una prima sistemazione delle strade di accesso alle zone da colonizzare e quindi, con notevole rapidità, alla costruzione delle case poderali. Dal gennaio 1952 al maggio 1954, impiegando alcune centinaia di imprese edili, l’Ente realizzò in media 111 case al mese. Non erano ville signorili, ma per 3.219 famiglie povere fu la prima volta che entravano in una casa nuova, con il conforto di sentirla propria.

Una lotta contro il tempo
La Riforma fu anche una corsa contro un tempo che scorreva troppo veloce. L’articolo 20 della Legge n. 230 del 12 maggio 1950 imponeva che «l’assegnazione delle terre deve essere effettuata non oltre 3 anni dal giorno dell’avvenuta presa di possesso da parte dell’Ente». Le assegnazioni dei terreni e i relativi contratti venivano quindi stipulati con la maggioranza dei titolari prima ancora che la nuova casa colonica fosse costruita o ultimata: alcuni assegnatari dovettero attendere anche due o tre anni.

Per i pochi assegnatari già residenti in zona o nel comune, con la famiglia sotto un tetto, quest’attesa creava solo ansia. Per tutti gli altri divenne un’esperienza amara e difficile, che ricordava da vicino la condizione degli sfollati della guerra 1943-44 — e proprio di questo la Maremma capalbiese offre l’esempio più tipico.
Alcune centinaia di braccianti provenienti dal Comprensorio del Fucino, vasta conca interna dell’Appennino centrale situata nella Marsica (provincia dell’Aquila, Abruzzo), furono designati titolari degli appoderamenti di Pescia Fiorentina, Torre Palazzi, Carige, Selva Nera e Chiarone. Firmato il contratto, era indispensabile mettersi subito al lavoro per poter pagare la prima rata annuale. Lontani dalle famiglie, questi pionieri iniziarono la loro avventura maremmana accampandosi alla meglio nei vecchi magazzini messi a disposizione dall’Ente. I dormitori più grandi erano quelli di Pescia Fiorentina e dei Poggetti, oltre alle baracche allestite a Macchia Canina.
Erano persone forti, abituate al sacrificio e alla povertà. Ma la prova fu comunque pesante, e il sogno finalmente realizzato di avere una terra al sole non sempre bastava a far dormire sonni tranquilli. Sulla carta bollata del notaio non erano più braccianti, ma “assegnatari” — un nome nuovo, coniato apposta per loro. Si facevano coraggio a vicenda e ogni mattina ripetevano la lunga camminata verso le proprie assegnazioni: davanti al dormitorio non c’era il camion con i sedili promesso dall’on. Medici, ma al massimo una bicicletta, anch’essa acquistata dall’Ente con un contratto a rate di 1.000 lire al mese per 16 mesi.

Le prime assegnazioni e le tensioni politiche
Sarebbe stato opportuno che l’Ente potesse completare con calma i piani essenziali della trasformazione fondiaria prima di passare, nei tempi dovuti, alla consegna dei poderi. Ragioni di forte contrapposizione politica bruciarono invece le tappe, dando il via, qua e là in Maremma, a una prima, una seconda, una terza, una quarta assegnazione — dosate col contagocce, in un clima che, se non propriamente elettorale, offrì più di un motivo di sospetto clientelare. Bastava che una tenuta fosse stata espropriata da pochi giorni, con tanto di case coloniche, perché — senza nemmeno misurare la terra — venisse convocata l’assemblea dei coloni per procedere all’assegnazione.
L’Ente Maremma in cifre
Il piano decennale: previsioni e risultati a cinque anni
| Voce | Previsto nel piano decennale | Realizzato in cinque anni |
| Superficie espropriata | 166.763 ha | 166.763 ha |
| Ditte espropriate | 635 | 635 |
| Poderi assegnati | 8.400 (135.000 ha) | 7.409 (112.911 ha) |
| Quote assegnate | 11.300 (37.000 ha) | 10.999 (35.098 ha) |
| Assegnazioni a istituzioni | 680 ha | 564 ha |
| Case costruite | 10.465 | 4.700 |
| Strade da costruire | 2.225 km | 1.161 km (417,9 poderali; 693 interpoderali; 51 di bonifica)* |
| Sistemazione e messa a coltura | 100.000 ha | 34.220 ha (dissodamento, dicioccamento, decespugliamento, scasso, spietramento) |
| Sistemazione idraulico-agraria superficiale | 64.000 ha | 11.616 ha |
| Altri lavori di sistemazione | — | 3.744 ha |
| Ulivi messi a dimora | 818.000 | 383.000 |
| Viti messe a dimora | 4.470.000 | 2.601.000 |
| Essenze forestali | 600.000 | 290.000 |
| Fasce frangivento | 300 km | 182 km |
| Fruttiferi vari | 16 milioni di lire | 4 milioni di lire |
| Bovini acquistati | 32.000 | 18.797 |
| Equini acquistati | 2.000 | 791 |
| Suini acquistati | 20.000 | 6.402 |
| Ovini acquistati | 40.000 | 20.340 |
| Bassa corte | 45 milioni di lire | 14 milioni di lire |
| Trattori acquistati | 1.320 | 1.290 (di cui 111 ceduti per la piccola proprietà meccanica) |

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La Genesi
La Costituzione della Repubblica Italiana, promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, guardava a un’Italia da liberare dalla disoccupazione e dalla secolare miseria contadina, come afferma L’articolo 44:
“Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.”
Il Decreto Legislativo n. 114 del 24 febbraio 1948 diede subito seguito a questo principio, favorendo la piccola proprietà contadina e le cooperative agricole e istituendo una Cassa speciale di credito agevolato per i territori più depressi del Paese: Italia Meridionale, Sicilia, Sardegna, Lazio e Maremma Toscana.
Le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che non premiarono il Fronte Popolare di comunisti e socialisti, allontanarono l’ipotesi di una riforma immediata per semplice statalizzazione del territorio nazionale. La strada scelta fu invece quella, più lenta e più contrastata, del confronto parlamentare con i rappresentanti della proprietà agraria. Furono così le leggi n. 230 del 12 maggio 1950 (la cosiddetta Legge Sila), n. 646 e 647 del 10 agosto 1950 e la Legge Stralcio n. 841 del 21 ottobre 1950 a dare avvio concreto alla grande Riforma Agraria, capace di cambiare in meno di un decennio il volto di buona parte del territorio nazionale — e della Maremma in particolare.
Il progetto di colonizzazione, esteso a 771.400 ettari, fu suddiviso tra dieci Enti Riforma, ciascuno incaricato dell’esproprio dei latifondi e delle terre incolte, della bonifica, dell’assegnazione ai contadini e del rilancio agricolo del proprio territorio: l’Ente Delta Padano (61.505 ha), l’Ente Maremma Tosco-Laziale (178.871 ha), l’Ente del Fucino (15.862 ha), l’Ente Apulo-Lucano-Molise (202.986 ha), l’Ente O.N.C. Sele (8.500 ha), l’Ente Garigliano-Volturno (8.208 ha), l’Opera Sila (90.116 ha), l’Ente Sicilia (112.822 ha), l’Ente Sardegna (87.530 ha) e l’Ente Autonomo Flumendosa di Cagliari (5.000 ha).