Chi percorre oggi la piana di Capalbio, tra campi coltivati, filari e case coloniche sparse, difficilmente immagina che fino alla metà del Novecento questo territorio era in gran parte palude malarica, scarsamente popolata e organizzata attorno a pochi grandi latifondi. La trasformazione che ha dato al paesaggio l’aspetto ordinato e riconoscibile che conosciamo oggi porta la firma dell’Ente Maremma, l’ente di colonizzazione istituito nel 1951 in attuazione della legge di riforma agraria del 1950 (la cosiddetta “legge stralcio”), con il compito di bonificare i terreni e redistribuirli a famiglie contadine.

Il modello insediativo adottato dall’Ente non si limitò all’assegnazione dei singoli poderi. Ogni gruppo di case coloniche sparse nella campagna faceva riferimento a un nucleo di servizio, un piccolo centro pensato come comunità rurale autosufficiente: la scuola, la chiesa, l’ambulatorio, lo spaccio alimentare, talvolta un piccolo mercato o una piazza, tutti raccolti in un impianto compatto e riconoscibile, collegato alla rete poderale circostante da una maglia di strade rettilinee.
Nella piana di Capalbio questo sistema si è tradotto in una serie di nuclei distinti, identificati convenzionalmente con le lettere dell’alfabeto — Centro A, Centro B, e così via fino al Centro H e oltre — ciascuno concepito per servire un determinato numero di poderi limitrofi. Pur condividendo la stessa matrice progettuale, i diversi centri si differenziano per posizione, dimensione e per il modo in cui si relazionano al paesaggio agricolo che li circonda: alcuni più prossimi alla via Aurelia e agli assi di comunicazione principali, altri più raccolti e appartati, immersi nella campagna.
Dal punto di vista architettonico, i centri della riforma condividono un linguaggio semplice e funzionale, tipico dell’edilizia rurale degli anni Cinquanta: impianti planimetrici regolari, orientamento delle case studiato in funzione dell’esposizione e dei venti, tipologie a schiera o abbinate — i cosiddetti villini bifamiliari — ciascuna dotata di un proprio lotto di terreno destinato a orto o giardino. I viali alberati e gli spazi verdi comuni completavano un disegno urbano a misura d’uomo, pensato per una comunità agricola di poche centinaia di persone.

Con il tempo, e con il progressivo abbandono dell’agricoltura di sussistenza, molti di questi centri hanno mutato funzione: da nuclei di servizio per le famiglie coloniche a piccoli borghi residenziali, spesso ricercati da chi cerca una casa in Maremma capace di coniugare la quiete della campagna, la vicinanza al mare e alla suggestiva Capalbio storica, e un valore paesaggistico e storico ormai raro da trovare. Le case, pur mantenendo l’impianto originario, sono state nel tempo ristrutturate e aggiornate, conservando però la generosità degli spazi esterni privati che caratterizza fin dall’origine questo modello insediativo. Scopri di piu sulla storia dell’Ente Maremma
Capalbio e Pescia Romana prima della riforma agraria: i grandi possedimenti e le famiglie proprietarie
Prima che l’Ente Maremma, a partire dal 1951, spezzasse i grandi possedimenti e li assegnasse in piccoli poderi alle famiglie contadine, il territorio compreso tra Capalbio e Pescia Romana era da secoli organizzato in un ristretto numero di vastissime proprietà private, eredi di una lunga sequenza di dominazioni feudali ed ecclesiastiche.
Capalbio: dai domini feudali ai due grandi latifondi
Il colle di Capalbio e il suo castello compaiono nelle fonti già nel XII secolo: un privilegio di papa Alessandro III del 1161 lo attribuisce all’Abbazia delle Tre Fontane, prima che gli Aldobrandeschi ne facessero un proprio caposaldo, costruendo la Rocca che ancora oggi domina il borgo. Nei secoli successivi il controllo del territorio passò agli Orsini, quindi alla Repubblica di Siena, che vi sviluppò cave, fornaci e traffici commerciali nonostante la malaria endemica della zona. Caduta Siena, subentrarono i Medici e il Granducato di Toscana; nel 1555 Capalbio si arrese brevemente alla Spagna, interessata soprattutto al Lago di Burano, dove fece costruire una torre fortificata. Con l’estinzione della casata medicea nel 1737 il territorio passò ai Lorena, che tentarono — con Pietro Leopoldo — le prime vere opere di bonifica.
È solo dopo l’Unità d’Italia, però, che il quadro proprietario si semplifica nella forma che avrebbe conservato fino alla riforma agraria. Grandi casate come i Ricasoli e i Ponticelli parteciparono alle opere di bonifica post-risorgimentale, ma sul finire dell’Ottocento la terra di Capalbio finì per concentrarsi in due soli, immensi latifondi: quello dei Collacchioni, che risiedevano nel castello di Capalbio, e quello dei Vivarelli Colonna, insediati nella grande villa di Pescia Fiorentina. Erano proprietà per lo più a pascolo brado e a macchia, con pochissimi annessi rurali e coltivi sparsi; la gestione dei Collacchioni, in particolare, si rivelò con il tempo così predatoria nei confronti della terra da costringere la famiglia ad affittare i propri possedimenti prima alla Società Anonima Capalbio Roma e poi alla Società Anonima Capalbio Redenta Agricola (S.A.C.R.A.). È in questo contesto di grande proprietà assenteista e povertà contadina che si inserisce anche la vicenda del brigante Domenico Tiburzi, attivo proprio nelle macchie di Capalbio tra Otto e Novecento.
Pescia Romana: dalla Camera Apostolica ai Boncompagni Ludovisi
Sul versante laziale, la storia proprietaria di Pescia Romana seguì un percorso diverso e in parte autonomo rispetto a quello di Capalbio, pur trattandosi di territori confinanti. Mentre la vicina Montalto di Castro era passata già verso il 1300 agli Orsini, entrando poi nel Ducato di Castro, Pescia rimase più a lungo sotto l’amministrazione diretta della Camera Apostolica, l’organo finanziario dello Stato Pontificio.
La svolta arriva intorno al 1820: la Tenuta di Pescia viene concessa alla famiglia Boncompagni Ludovisi, principi di Piombino, che ne mantenne la proprietà ininterrottamente fino alla riforma agraria degli anni Cinquanta del Novecento. La presenza del’antico casato dei Boncompagni Ludovisi tra i proprietari storici dell’area — non a Capalbio in senso stretto, che restava spartito tra Collacchioni e Vivarelli Colonna, rimane dimostrata nella contigua Tenuta di Pescia, oggi Pescia Romana, in quello che allora era ancora territorio pontificio e poi laziale. Anche qui la fisionomia del possedimento era quella tipica della Maremma prima della bonifica: terreni paludosi, popolazione rada, redditi affidati quasi sempre all’affitto piuttosto che alla conduzione diretta, dato lo scarso interesse dei proprietari, residenti altrove, a gestire personalmente un possedimento così periferico.
Un quadro proprietario condiviso, alla vigilia della riforma
Alla vigilia della riforma agraria, dunque, l’intera fascia costiera tra Toscana e Lazio meridionale — pur ricadendo sotto amministrazioni diverse — condivideva lo stesso modello: pochissimi proprietari nobiliari (Collacchioni e Vivarelli Colonna per Capalbio, Boncompagni Ludovisi per Pescia Romana) controllavano estensioni sterminate di terra, in gran parte incolta o a pascolo, afflitta dalla malaria e scarsamente popolata. Nella Maremma più settentrionale, verso Canino e Manciano, un modello analogo si ritrova nei possedimenti di altre grandi famiglie, come i Torlonia alla Selvicciola: un ulteriore segno di quanto la grande proprietà assenteista fosse, fino al 1951, il tratto dominante di tutta questa parte d’Italia. Fu proprio la rottura di questo assetto secolare, a opera dell’Ente Maremma, a dare origine — come raccontato nel post precedente — ai centri rurali che ancora oggi strutturano il paesaggio di Capalbio e di Pescia Romana. Scopri di piu sulla genesi dell’Ente Maremma

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