La Morgan Library: un tesoro nel cuore di Manhattan

Renzo Piano è uno degli architetti più eccezionali e iconoclasti della sua generazione.
Piano è conosciuto per il suo distintivo approccio estetico high-tech e per la costante esplorazione della complessità strutturale (si veda il Centre Pompidou di Parigi). La fascinazione che nutre per l’interrelazione tra i componenti strutturali dell’architettura è ciò che caratterizza profondamente il suo modo di progettare.
Il rigore e l’”affetto” con cui affronta ogni sua opera non si colgono solamente nel risultato finale del progetto, ma in tutto il processo creativo. Già i suoi disegni trasmettono l’intero progetto, ne permettono una comprensione più profonda e diventano quasi qualcosa di “tangibile”.

Inoltre, concepisce ogni elemento (sia preesistente che di nuova creazione) come una tessera inamovibile che struttura il progetto e dialoga con le altre, paragonandola spesso a elementi della natura stessa.
Nel caso della Morgan Library, Piano commenta:
“Il maltempo non concede tregua in questi giorni a New York. Fa meno freddo di ieri e persino il vento, che accompagna il nord del nostro emisfero, si è ridotto a 4 nodi. Ma l’antenna televisiva dell’Empire State Building, qui a 443,2 metri di altezza, è avvolta da una fitta nebbia (…) E pensare che dalla terrazza sul tetto di questo grattacielo, il più famoso al mondo, nei giorni limpidi si possono vedere quattro stati vicini: New Jersey, Connecticut, Pennsylvania e Massachusetts. L’umidità è al 58%, bisogna fare attenzione a scendere alla Morgan Library.”

Piano arriva sul sito del suo prossimo progetto a bordo di una mongolfiera, osserva Manhattan dall’alto, sorvolando i cieli di New York, e si avvicina gradualmente alla localizzazione della Morgan Library. È curioso che scelga questo approccio discendente per raggiungere il suo obiettivo, poiché sarà proprio questa la logica con cui eseguirà il progetto.
“Un architetto può sfidare la natura in due modi: salire, lottando contro la gravità, oppure scendere, scontrandosi con il suolo, che qui è di una durezza estrema.”
L’intervento di Piano nella Morgan Library si sviluppa a 17 metri di profondità e a soli 25 centimetri dagli edifici circostanti. Le fondazioni poggiano direttamente sulla roccia viva scavata di Manhattan, la stessa capace di sostenere le immense strutture che compongono lo skyline di New York. Queste fondazioni rappresenteranno l’“anima” dell’edificio.
Carlo Piano osserva che l’insieme sembra una composizione di Lego incastonata tra gli edifici:
in pianta si distinguono tre volumi bianchi uniti da una superficie incastrata “con una precisione quasi chirurgica nei vuoti del tessuto urbano” (una piazza), come fosse un pezzo di puzzle.
L’espansione collega, attraverso una piazza interna, i tre edifici storici esistenti: l’edificio McKim, l’edificio annesso e la Casa Morgan. Tutto si sviluppa attorno a questa piazza.
Un cortile nascosto nel cuore della città, dove si ha la sensazione di trovarsi all’aperto. I tre edifici storici, la piazza e i nuovi padiglioni sono raccolti sotto una copertura in acciaio e vetro trasparente.


Le piante degli edifici articolati attraverso la piazza rappresentano anche superfici di diversa gerarchia, che potrebbero configurarsi a loro volta come piccole piazze, creando così un gioco di spazi che, pur potendo sembrare esterni, si sviluppano all’interno di una biblio
Attraverso la piazza, l’architetto cerca il dialogo tra il vecchio e il nuovo: una struttura in vetro e acciaio alta 16 metri che si apre verso l’esterno, verso la metropoli che la circonda. E poi, l’idea della trasparenza: una volta entrati all’interno, ci si dimentica di essere immersi in questa grande città, si raggiunge uno spazio di meditazione nel cuore di Manhattan, lontano dal caos.
D’altra parte, l’architetto desiderava che il suo edificio si offrisse in modo amichevole alla strada, che pensasse di più alla città — un concetto tipico dell’architettura europea e poco apprezzato nelle costruzioni newyorkesi. Piano fonde entrambe le culture in due gesti: il dialogo urbano dell’Europa e l’aspetto industriale dei materiali, così comune in America.
 Mantiene lo spirito tradizionale della Morgan: la sua eleganza, la sua intimità. Gli elementi nuovi e quelli antichi sono stati integrati in modo convincente, in parte perché le nuove strutture non superano in altezza gli edifici esistenti, e in parte perché lo schema progettuale di Piano unisce un’apprezzata geometria rinascimentale a una celebrazione modernista della chiarezza.
Tornando alla piazza, al cuore del progetto, Piano la concepisce come una copertura-passeggiata sopra i libri, considerati come un tesoro a cui si può accedere solo immergendosi nel sottosuolo. Gli piaceva l’idea che fossero nascosti sotto i piedi degli utenti, ignari di ciò che accade lì sotto.
La scelta di scendere nel sottosuolo non è stata casuale: Piano voleva rispettare gli edifici preesistenti e al contempo rispettare i 6000 m² previsti dal progetto, affermando che, se si fosse costruito “verso l’alto”, si sarebbe oltrepassato il limite di superficie e si sarebbero alterati gli edifici storici. Fa un paragone con un iceberg, composto da due parti: una visibile e una nascosta, che non per questo è meno importante.
Infine, va sottolineato il raffinato gioco di visuali che l’edificio riesce a creare: dall’interno, nella piazza dove (come dice lui) “usciranno gli studenti a respirare”, si può vedere l’esterno in ogni direzione, suscitando in ciascun visitatore un’emozione diversa. E anche dall’esterno è possibile osservare ciò che accade all’interno.
È difficile trovare riferimenti diretti in Renzo Piano.
In questa occasione si possono però cogliere alcuni richiami agli edifici neoclassici che compongono l’intero complesso della biblioteca. I profili metallici, molto simili a quelli impiegati da Mies van der Rohe nelle sue opere, sembrano estensioni moderne del linguaggio neoclassico, così come l’uso delle trasparenze, che incorniciano scorci e viste come fossero quadri.
È inoltre innegabile l’eredità di Louis Kahn nelle sue opere: la Morgan Library condivide affinità con progetti come la Yale Art Gallery, la Esherick House o il British Art Museum.
Con Richard Rogers non solo ha condiviso lo studio, ma anche lo stile: si può osservare un approccio simile a quello della biblioteca nel Nuovo Centro di Scandicci a Firenze.
Ciononostante, Piano è un architetto che ha una visione così chiara e definita per ogni progetto, che è difficile trovare somiglianze marcate con altri autori della sua generazione. La singolarità del Centre Pompidou o del cosiddetto “Casco” di Londra lo dimostra ampiamente.

Bibliografia:

Almanacco dell’architetto, da un’idea di Renzo Piano. Viaggi nell’architettura, Renzo Piano con Carlo Piano.

-http://www.rpbw.com/project/57/renovation-and-expansion-of-the-morgan-library/
-http://www.themorgan.org/about/architectural-history/1
-http://www.arcspace.com/features/renzo-piano-
-http://www.arcspace.com/features/renzo-piano-/the-morgan-library-/

https://compo3t.blogspot.com/2014/12/the-morgan-library-un-tesoro-en-el.html